Io fino a questo momento della mia vita sono stato una persona fortunata. Non lo so che cosa significa vedere il mondo da una sedia a rotelle. E non so soprattutto, cosa significa vedere il mondo da una sedia a rotelle dopo che per quarant’anni quello stesso mondo, è stato visto da 2 metri e mezzo d’altezza. Lo sapeva bene invece, tutto ciò che significavano queste due componenti della sua vita, Jorge Gonzales. Il gigante.

Nasce nel 1966, in un’Argentina martoriata dai continui cambi politici, con le forze militari che prendevano e lasciavano il potere. Era solo un bambino quando il governo violava i diritti civili, facendo sparire ogni forma di protesta e con esse gli uomini che scendevano nelle piazze. Fu in questo ambiente che Jorge cresce, in una piccola città della provincia di Formosa. I suoi genitori, come ogni padre ed ogni madre, sognavano per il loro figlio un mondo migliore, una vita tranquilla, sicura, senza la paura di una divisa, che nel loro mondo ideale avrebbe invece dovuto rappresentare la giustizia.

Per questo cercarono immediatamente di sfruttare quel difetto portato alla luce dal ragazzo sin da bambino: il gigantismo. Il “piccolo” Jorge infatti, è alto un metro e ottanta centimetri all’età di 12 anni. Ma dentro di lui sa che qualcosa non va, non era naturale essere cosi grande, cosi sproporzionato confronto alle persone che vedeva tutto intorno a lui, ma nonostante tutto capisce che questa può essere un’occasione e cerca di sfruttarla. E lo fa alla grande.

Jorge infatti, comincia a giocare a Basket, una carriera che può dare delle grandi soddisfazioni, sia in una discreta Argentina, sia all’estero. Jorge gioca, e gioca bene. Riesce a sfondare ed a diventare un professionista. Riesce, soprattutto, a diventare il primo giocatore argentino a scrivere il suo nome nelle liste di una squadra della famigerata National Basketball Association, negli Atlanta Hawks.

Jorge però lo sapeva, lo aveva capito quando era un ragazzino, in lui c’era qualcosa che non andava. Arriva qui la prima ed anche la più grande delusione della sua vita. E’ costretto a lasciare. Jorge deve andarsene, tornare in Argentina. Prendere un’altra strada. Il suo gigantismo che cosi tanto lo ha fatto crescere, è una malattia che non fa i conti con i tessuti primari del nostro corpo. Le ginocchia del gigante sono di burro. Cedono a traumi che le ginocchia di una persona normodotata difficilmente sentono. Lo aveva capito Jorge, lo sentiva.

Ma il fatto di essere nato in una terra piena di contraddizioni e problemi, ed il fatto di aver dovuto abbandonare la carriera che tanto aveva immaginato e sognato, non distruggono Jorge. Il ragazzo è duro e si ricicla. Decide di diventare un Pro Wrestler. In America ci sono dei signori che apprezzano molto i giganti come lui, quelli che lasciano la gente a bocca aperta, quelli che barcollano perché hanno le gambe lunghe, quelli che hanno il viso a metà strada fra una caricatura ed un uomo delle caverne. Jorge sapeva anche questo. Non si faceva illusioni. Era consapevole del fatto che il mondo nel quale stava per entrare, lo avrebbe considerato un mostro ancora di più del mondo reale nel quale aveva sempre vissuto. Ma abbassò la testa e decise di andare avanti, perché se di necessità bisogna fare virtù, lo stesso non vale quando si parla delle proprie disgrazie. Quando si parla di malattie, esiste solo una possibilità: aggrapparsi a ciò che passa senza chiedersi troppo se ne va della propria dignità e del proprio io. Jorge non si fa troppe domande. Diventerà il mostro che tutti vogliono.

Lo fa nella World Championship Wrestling di Ted Turner, debuttando nel 1989, e lo farà per tre anni. Ted Turner era colui che lo spinse a quella carriera, comportandosi in realtà come una persona leale e corretta. Turner era anche il grande capo degli Atlanta Hawks, la franchigia NBA dalla quale Gonzales dovette andarsene. El Gigante, questo il suo nome da Pro Wrestler, e quale se no, è un beniamino del pubblico ma non riesce a lasciare il segno in questa nuova disciplina. Forse perché non c’è qualcuno o qualcosa in grado di farlo risaltare sul serio. Per questo lascia la WCW nel 1992, stringendo la mano a Ted Turner in segno di ringraziamento e pronto ad una nuova avventura. Un’avventura chiamata World Wrestling Federation.

La WWF stava attraversando un periodo molto, molto fiorente, e nonostante fosse sull’orlo di una pericolosa crisi senza ancora saperlo, i suoi Show ed i suoi eventi rimanevano i più importanti. Soprattutto poi, la WWF era molto più brava della WCW in quegli anni nell’ideazione delle Gimmick, quei personaggi caratteristici che tanto piacevano al pubblico dei primi anni 90. Jorge riceve la chiamata di Vince McMahon.

Il buon vecchio Vince a cosa avrebbe potuto pensare se non a dargli un avversario che lo facesse risaltare prima, e che potesse guadagnare dallo sconfiggerlo poi? E cosi fu. Il suo nome sarà Giant Gonzales. Già, Giant, perché certe cose non ti abbandonano e non ti abbandoneranno mai, pensava Jorge. Il gigante debutta nella Royal Rumble del 1993, contesa nella quale non era ufficialmente un partecipante. Ha un obbiettivo però, quello di eliminare Undertaker per ordine del suo Manager, Harvey Wippleman. Tutto sfocia in un Match a Wrestlemania IX, al Ceasars Palace di Las Vegas, Nevada, una delle più belle edizioni di sempre per scenografia e preparazione. Gonzales è dato per spacciato dalla critica specializzata, mentre i Mark vedono in lui un serio e pericoloso avversario per Undertaker. L’incontro finisce per squalifica, quando Gonzales abbatte Undertaker con il cloroformio.

Ci sarà un Rematch a Summerslam di quello stesso anno e Giant Gonzales stavolta perderà. Senza scusanti, senza niente di niente. Da “cattivo” diventa un “buono”, attaccando Harvey Wippleman, maligno Manager del quale si stanca. E’ l’inizio della fine per Jorge nella WWF.

Il suo cammino sta per interrompersi, fa soltanto in tempo ad abbozzare l’inizio di una faida con Adam Bomb, altro lottatore sotto l’ala protettrice di Harvey Wippleman che nella World Wrestling Federation non avrà più fortuna del gigante, e fa in tempo anche a prendere parte ad una Battle Royal a Raw, valida per il titolo intercontinentale, dalla quale sarà eliminato da una moltitudine di altri Wrestler. Almeno questo gli è stato concesso. Jorge l’argentino dopo il rilascio da parte della WWF combatterà per altri due anni, nella New Japan Pro Wrestling e nella Wrestle and Romance, compagnie giapponesi dalle quali viene riproposto come El Gigante. Non avrà successo.

Jorge Gonzales si ritira dal mondo del Professional Wrestling nel 1995.

Il Wrestling gli ha regalato qualche soldo, un po’ di popolarità, qualche cameo al cinema ed in TV e tante sconfitte. Non era che l’essere imperfettamente spaventoso, utile per far diventare grandi coloro che facevano davvero guadagnare le compagnie. Eppure ci aveva creduto. Quel giorno al Ceasars Palace ci aveva creduto Jorge. Per un momento si era sentito utile, aveva pensato che forse non era cosi anormale, semplicemente era più alto e grosso. E’ vero, le sue ginocchia non gli avevano permesso di giocare a Basket, ma a parte quello non c’era nulla di strano. Ok, quel fisico non gli permetteva di poter fare un Match di Wrestling che potesse attirare l’attenzione vera e propria, ma almeno era impressionante.

Jorge alla fine, dopo tanti pensieri, tornava sempre alla stessa conclusione: essere diversi, in un mondo di occhi filtrati dal pregiudizio, non può portarti davvero al successo. Devi avere accanto gente sincera, pronta ad aiutarti, gente che non vuole soltanto usarti. Ma lui, da quando era nato, aveva vissuto in un mondo di interessi, di poteri forti, quasi invincibili. Da solo, non avrebbe mai potuto vincere mille battaglie, anche se era alto due metri e mezzo.

Si ritirò in Argentina Giant Gonzales, e dopo la delusione più grande della sua vita, quella che lo vide costretto a lasciare il mondo dell’NBA, arrivò anche la disgrazia, anche stavolta la più grande della sua vita. Jorge si aggravò sensibilmente. Nel 2009 fu costretto in una sedia a rotelle ed a sedute giornaliere di dialisi, colpito dal diabete e da seri problemi di cuore. Nemmeno quell’unico lato positivo, almeno per i suoi occhi, gli fu lasciato. Nemmeno quella caratteristica che sentiva essere strana sin da quando era un bambino, ma che col tempo aveva imparato a rispettare, gli fu conessa. Adesso, Jorge, non era nemmeno più un gigante.

Gonzales muore il 22 Settembre del 2010 a San Martin, nella sua Argentina. Muore accanto a sua moglie ed alla sua figlia adottiva. Muore a 44 anni. Muore senza aver potuto conoscere la gloria di una vittoria. Muore debilitato da un fisico nato “strano” e trascinato in una scalata ad una montagna troppo alta, anche per un superuomo che avrebbe potuto guardare tutti dall’alto, ma che mai ebbe la presunzione di farlo. Rotolando alla fine, inesorabilmente, giù per il dirupo.

C’è chi dice che la morte non sia la fine, io non lo so. Nessuno lo sa. Ma per lui lo voglio sperare. Speriamo che in quel posto la, le ginocchia possano resistere ai salti a canestro. Speriamo che lassù un gigante come lui non serva soltanto alla bella figura degli altri. Speriamo che nessuno, adesso, possa più guardare Jorge con quel filtro di pregiudizio che tanto ha condizionato la sua sfortunata vita. Riposa in pace, e permettiti, una volta tanto nella tua vita, o nella tua morte, di guardarci tranquillamente tutti dall’alto, e fallo anche con un po’ di presunzione, tanto dove stai ora, so che perdonano qualsiasi cosa.