Nell’ormai lontano 2005, la World Wrestling Entertaiment diede vita ad un evento fantastico. Un evento che avrebbe riportato in vita per una notte la famigerata Extreme Championship Wrestling. Una notte, esatto. Infatti lo chiamò One Night Stand. Quello Show rubò ogni possibilità a qualunque altro spettacolo di essere il migliore, si mise in cima alle classifiche e fece sperare i fan di rivedere sui propri schermi, ancora una volta, la creatura di Paul Heyman.

Non fu cosi. I numeri, per riportare in vita la compagnia, non erano abbastanza. Ma quell’idea non morì. La spinta dei fan e il buon successo di quel 2005 spinse la WWE a riproporlo l’anno successivo. 2006. If Cena Wins We Riot. Rob Van Dam però lo sconfigge nel Main Event e diventa il nuovo campione WWE. Nobody Rioted. I numeri erano superiori a quelli dell’anno precedente. Anche chi non conosceva la ECW, memore dello spettacolo dell’anno precedente, comprò l’evento. La compagnia si convinse. Si riparte.

Tutti follemente innamorati della nuova ECW. I fan innamoratissimi. I lottatori che in quella compagnia avevano militato, ancora di più. I Wrestler che trovavano poco spazio a Raw e Smackdown piacevolmente sorpresi di avere un nuovo spazio nel quale farsi notare. La dirigenza in una botte di ferro: “se va bene è merito nostro che l’abbiamo riportata in vita, se va male e colpa di una cosa che già una volta aveva fallito”.

Fallirà ancora. Ancora una volta la ECW verrà sotterrata dal peso della WWE. 5 anni prima lo avevano fatto colpendo indirettamente, con solo qualche missile che aveva sbagliato bersaglio, deviando e finendo su Filadelfia anziché su Atlanta. Stavolta perché a nessuno, li dentro, è davvero importato nulla di ridare respiro a qualcosa che è nata e morta in un tempo e dentro quel tempo doveva restare.

Passarono anni prima che la WWE si rendesse conto che quel nome doveva essere cambiato. Passarono anni perché i fan si accorgessero che si era trattato di poco più di una Storyline. Arrivò NXT, la sua prima incarnazione, e la ECW morì per la seconda volta. O forse no. Forse non era davvero mai rinata.

Oggi ci risiamo. Purtroppo. La WWE si chiama AEW e la ECW si chiama ROH.

Ancora una volta abbiamo avuto la speranza. Una speranza basata sul fatto che il denaro, oltre a riportare in vita una creatura mitologica, potesse anche riportarla ai suoi fasti di un tempo. Ma dietro una sigla, un marchio, dietro un catalogo video, alla fine dei conti, anche stavolta, non c’è che un freddo magazzino nel quale accumulare quei lottatori che sono in esubero. La leggendaria ROH, come la leggendaria ECW, è una divinità che non tornerà. Il loro posto può essere preso da qualcosa di altrettanto originale forse, ma diverso. Qualcosa che non può nascere dalle banche nelle quali sono stipati i lingotti d’oro delle Major.

E allora cambiamogli nome. Cambiamogli identità. Cambiamo tutto. Non sporchiamo un ricordo fantastico. Non cerchiamo di curare le ferite del tempo soltanto con un nome e un logo. Utilizziamo quel buono che c’è dove serve ed evitiamo di proporre questo WWE Main Event con solo un po’ di salsa piccante in più. Titoli storici relegati ad essere secondi dei secondi. Lottatori egregi costretti a spuntare ogni tanto fra una decina di incontri paragonabili a quelli che vedevamo a Sunday Night Heat.

Diamoci un taglio. Ci vuole rispetto per ciò che fu. Ci vuole rispetto per la grandezza.