Davanti alla telecamera un uomo. Capelli racconti in una coda a scoprire la rasatura del cranio fino a ben sopra le orecchie. Una maglietta con quelle tre solite lettere enormi, quasi a ricordare che certe cose ti rimangono attaccate alla pelle. Uno sguardo vivo, forse troppo, che guarda dentro gli occhi di un giornalista che fa domande affascinato dalla curiosità, che come calce mangia di passione di chi è nato per qualcosa. Per quel qualcosa e basta. Quel giornalista non era l’unico, in quella stanza, ad aver scelto la sua strada prima ancora di incominciare a camminare.

Affermava convinto che non c’erano regole a quel tempo. La decisione doveva essere presa perché quella era la sua vita. Doveva diventare il suo lavoro, il suo credo. In un certo momento fu lui a fare le domande, chiedendo a quel ragazzo, forse nemmeno vent’anni, si e no cinquanta articoli, se si fosse mai chiesto il perché salisse sui Ring senza corde, con il filo spinato. Il perché accettasse di essere buttato da metri di altezza. Il perché incoraggiasse la corrosione ad invadere sempre di più il suo corpo. Si diede anche la risposta, la più semplice che potesse esistere: “perché io amo questa disciplina”.

Si chiamava Brian Knighton, ma ormai soltanto la polizia ed il suo medico lo chiamavano in quel modo: il suo nome in realtà, era Axl Rotten.

Come in un cambio di religione. Come in un cambio di persona e di personalità. Con la vita “normale” alle spalle, mise anche il suo nome via, andando avanti senza voltarsi indietro. Era diventato famoso Axl, ma non troppo. Era diventato bravo, ma non troppo. Era una delle bandiere di quella creatura rappresentata da quelle tre lettere su quella maglietta, ma non troppo importante. Era diventato un ammasso di ossa, troppo malconce per essere definite tali. Un ammasso di muscoli strappati e tagliati, troppo molli ormai per essere definiti tali. In questo si, era stato grande Axl, nel distruggersi, corpo, anima e rapporti. Uno dei più grandi.

Lo ha fatto per noi. Lo ha fatto perché noi gridassimo il suo nome e quelle tre lettere una volta in più. Lo ha fatto soprattutto per se stesso. Lo ha fatto e rifatto e non è servito a nulla. L’alcol e tutto il resto lo avevano fatto diventare un paranoico. E’ il solito ciclo, la solita storia. Dai qualsiasi cosa ti resti, baratti qualsiasi valore, offri te stesso per un guru invisibile che urla quando ti vede, ma che ben presto ti dimentica.

Secondo lui tutti lo avevano lasciato. Secondo lui, tutti gli avevano voltato le spalle e lo avevano emarginato. Anche i vecchi amici e compagni di quella piccola grande creatura. Anche il resto dei cavalieri dell’estremo. Qualche volta ci si ritrovava, per una rimpatriata, per fare qualche soldo insieme. Si cominciava bene, e si finiva fra urla ed insulti. Fra le accuse di abbandono. Fra le accuse di ricchezza. Come se diventare qualcuno non fosse il sogno di tutti. Come se adesso chi non c’era riuscito ostentava la sua fedeltà a quella nicchia mai davvero abbandonata. Ma forse in quei rabbiosi sfoghi, un esame di coscienza ed un’ iniezione di autoaccuse, avrebbero fatto bene, tanto bene.

E allora facciamo di tutto. Questo decise Axl. Buttiamoci in qualsiasi contesa. In ogni stipulazione. Portiamo avanti la vita come meglio si può. Sapeva fare una cosa bene, portare le sue ossa al suolo e farle suonare. Non perse nemmeno un’occasione. Non perse nemmeno una medicina. Nemmeno una bottiglia. Il vortice non ti molla. I ganci per tirarti fuori ti abbandonano, allontanati quasi sempre da te stesso.

La cosa più terrificante della vita di Axl Rotten è stato l’arresto improvviso di quel vortice. Tutto improvvisamente si è fermato. Il suo grosso corpo è caduto per l’ultima volta al suolo. Le sue ossa hanno suonato per l’ultima volta. Troppo rumorosamente però. Troppo forte. Il suono sordo che si sentiva di solito è stato seguito da un secco stridere di fibre che si rompono. Le gambe non si sentivano più. La schiena diventò più rigida del tronco di un albero. E proprio come un albero, furono necessarie le funi per spostarlo intero.

Axl Rotten non era un grande Wrestler, e nemmeno un gentiluomo, tutt’altro. Molti lo descrivono e lo descrivevano come una delle teste più calde del Business. Irrispettoso, maleducato, intollerante, pieno di se. Probabilmente uno di quegli uomini che se non fossero passati per uno schermo e non avessero mostrato più che altro un personaggio, non avrebbero ottenuto un bel niente dalla vita. Ma si sa, a volte siamo ciò che si vuole credere, non ciò che si è veramente, e dopo la morte, saremo sicuramente più grandi di quanto non fossimo in realtà, nelle parole di chi vuole tirare indietro accuse e riformulare il proprio giudizio, mosso dalla pena. Forse è giusto cosi però, o forse no, non sono io a dover giudicare questa sfaccettatura della mente umana, so solo che fa bene ricordarsi degli errori di certi personaggi, perché siano un monito per tutti: essere grandi sugli schermi, nei Ring, nelle arene, non significa essere brave persone. Ad un certo punto bisogna scegliere in che direzione andare per non ritrovarsi sul punto di non poter mai più chiedere scusa.

Stavolta il volto non è più acceso. Lo sguardo non è più vispo. La maglietta della Extreme Championship Wrestling ha lasciato il posto ad una anonima t-shirt bianca. I capelli sono opachi, non più luminosi. Non c’è più la coda. Non c’è più nessuna rasatura alternativa. Soprattutto, sotto il culo, non è c’è più una sedia normale, c’è una sedia a rotelle. Dalla bocca non escono più parole sferzanti con le quali dimostrava il suo amore per il suo sport, per il suo spettacolo. Dalla bocca esce un appello pietoso, verso tutti coloro che gli sono stati vicini negli anni migliori. Il pubblico. Quel pubblico che urlava per lui. Ha bisogno di soldi Axl, e non può più farli facendo sbattere il suo torace sull’angolo di qualche Ring, in qualche palestra dal tetto basso. Ora capisce. Ora si rende conto. Si rende conto che il prezzo dei suoi comportamenti non gli veniva abbonato, semplicemente si stava accumulando in un conto salatissimo.

Ci aveva provato a lottare Axl Rotten. Ci aveva dannatamente provato. Ma era troppo tardi. L’uomo vestito di nero era già dietro di lui. Stava solo aspettando il momento giusto per assestare la falciata finale. Consapevole anch’egli, infondo, che ad abbattere un uomo come lui non sarebbe bastata una semplice rotazione della lama. Axl Rotten, seppur ammorbidito fuori, era rimasto un uomo duro. Continuava, anche da quella sedia a rotelle, ad amare il suo credo ed il suo pubblico. Troppo consapevole di coloro che lo avevano abbandonato, troppo poco consapevole del fatto che non era invincibile. Piangeranno Balls, Ian e Paul E, piangeranno tutti, e poi andranno avanti. Ma nessuno mai si dimenticherà le ultime lacrime di un uomo al quale le spalle non gliele aveva voltate la vita, ma il suo stesso essere.

RIP Axl Rotten!