Dal 2013 Zona Wrestling tratta del wrestling italiano in tutte le sue sfaccettature grazie all’ottimo Tigermen. Col tempo la pattuglia si è ingrandita e quest’anno abbiamo fatto un lavoro enorme nel presentarvi e promuovere il nostro panorama nei suoi aspetti positivi. Ora però conviene guardare profondamente a ciò che non va, alle note stonate che legano il wrestling italiano al tappeto, ben distante dagli altri paesi europei.

Premessa: tutto ciò che seguirà sarà frutto del pensiero del sottoscritto, dunque non riconducibile al pensiero degli altri “italianisti” del sito. L’intento? Non certo quello di demolire la scena italiana ma renderle conto delle lacune da colmare per mettersi al passo degli altri paesi. È un momento topico, infatti, per il wrestling europeo, la Gran Bretagna sta trainando tutti ma l’Italia resta a guardare, volutamente. È giunto il momento della svolta per consentire ai nostri di andare all’estero grazie al grande successo del nostro movimento e non come sporadica “chiamata per amicizia”.

Comunicazione.
Parziale, inesistente o falsa/ridicola. Per anni abbiamo assistito a manifesti pubblicitari dove alcune fed italiane sponsorizzavano la presenza falsa di atleti WWE ai loro show. Oppure abbiamo assistito a spettacoli che mettevano sul ring personaggi fantasiosi come Neo Pulcinella, Capitan Padania, Goku e l’Uomo Ragno. I bambini sono rimasti contenti di questa scelta, ma la stessa non ha fatto altro che accrescere il pensiero che il wrestling sia una pagliacciata, un circo mal fatto. Il tutto dopo che la scena era stata più volte massacrata dai media più importanti e messa in ridicolo da ospitate televisive da Maurizio Costanzo o da scelte discutibili che negli anni hanno reso “icone” atleti scarsi e fuori forma, capaci di giocare col wrestling e non di far realmente wrestling. Oggi la situazione è leggermente cambiata, ma le macchie rimangono. La pubblicità infatti è in certi casi ancora inesistente: alcune fed aggiornano le notizie solo su Facebook e a leggere sono quei 10/15 che partecipano alla pagina. Non è raro che alcuni fan di wrestling vengano conoscenza degli eventi solo quando questi sono già accaduti. Si salvano quei pochi che lavorano casa per casa o su alcuni media, con una comunicazione monca perché nessuno sfrutta ogni possibilità vi sia al giorno d’oggi.

Quali? Poche hanno un sito Internet degno di questo nome (ASCA, ICW, PWE); tutte puntano su Facebook ma non su Instagram, Google +, Twitter, Periscope; pochi puntano sui giornali o i siti locali, nessuno sulle radio universitarie o libere, in grado di far circolare la voce; quasi nessuno punta agli show WWE: se i britannici fanno una pubblicità selvaggia fuori dall’arena dove Raw o Smackdown fanno i live, gli italiani si presentano vestiti ridicoli con i loro ring attire o cercano di fare le foto con le superstar WWE. Non capiscono che su 500 biglietti da visita o manifesti dati ad uno show WWE, almeno 150 di questi si interesseranno e, probabilmente, 50 si presenteranno allo show. Va provata ogni strada faccia girare la voce. Anche quella di youtube, ma con moderazione: l’Asca si può permettere di farlo vista l’alta qualità, le altre un po’ meno. Gli highlights vanno bene, concedere almeno un match di uno show passato (il migliore) ancora meglio. I presidenti delle fed devono rifuggire il detto “chi vuole vederci, viene agli show”: siamo un paese pigro e a meno di grande eventi (Total Honor, Super 8 Cup) il pubblico non si sposta. Va invogliato, e i video dei match sono la strada giusta.

Atleti italiani
Primo errore: il wrestling viene trattato come il calcio. La maggior parte degli atleti italiani non sono free agent e questo non solo li limita ma li priva di una sana competizione che li faccia crescere seriamente. Infatti se io fondassi una promotion oggi e volessi invitare un atleta di un’altra, dovrei chiedere il permesso al presidente di quella fed che, per inciso, si riserva il lusso di rigettare la richiesta qualora veda nella mia creatura un possibile competitor. Per vedere un atleta di una data fed lottare da qualche parte occorrono spesso i “megashow” dove ovviamente tutto è bello, ma l’euforia si spegne come si spengono le luci del palazzetto.

Il 15% degli atleti italiani è davvero molto bravo e preparato con una qualità di esecuzione pari a quella britannica (sabato alla Super 8 abbiamo avuto diversi esempi). Un buon 30% sa lottare bene o almeno sufficientemente, ha un proprio stile e lo persegue con dovizia. Il restante 55% è scarso o insufficiente: vuoi per una preparazione sbagliata, vuoi per la pigrizia che li attanaglia quando si tratta di andare in palestra. Ci sono infatti atleti che non si allenano e di conseguenza non mettono a repentaglio solo la vita propria e di chi sfidano, ma mettono anche in pericolo la credibilità di un panorama più volte messo alla berlina. Quando capiterà il guaio, una voragine risucchierà tutti senza pietà. L’invito è dunque quello di pensare che qui occorre fare il wrestling e non giocare a fare i wrestler: questa seconda opportunità non fa diventare nessuno delle star e non rende nessuno appetibile in altre realtà. Chi ha pochi booking ragioni su se stesso con coscienza e faccia un favore alla propria carriera mettendosi sotto e migliorando sotto tutti gli aspetti.

Un appunto: molti si vantano di aver fatto stage o aver lottato all’estero. Alcuni lo hanno fatto con discrete prestazioni, altri hanno preso queste occasioni come motivo di svago, altri con poca serietà: è infatti di questa estate la notizia di un giovane atleta italiano cacciato da un tour britannico di un mese dopo appena due giorni per scarsa attitudine e pessimo comportamento. Diversamente abbiamo ragazzi che in Inghilterra stanno creando la loro carriera e qualità: Max Peach è uno di questi fulgidi esempi.

Pubblico
È vero, gli italiani non sono fan di wrestling ma fan della WWE. Se sanno di uno show italiano gratis sotto casa non si muovono, preferiscono vedere i capezzoli di Kaytlin su qualche sito. La loro opinione è che gli atleti italiani siano atleti amatoriali e non diano emozioni come le grandi superstar americane, e questo senza aver mai visto un evento italiano, per sentito dire/leggere riguardo al (pessimo) passato. Sbagliano, è ovvio che sia così.

Le promotion però, come sottolineato sopra, fanno poco per farsi conoscere e sdradicarli da casa. Fanno poco per fargli cambiare idea. Devono capire che il boom dell’era 2004-2007 è passato, che i bambini vanno accontentati ma che oggi a presenziare gli show sono soprattutto i ragazzi della fascia 18-35, pronti a spostarsi ovunque se ne vale la pena. A questi va rivolto il messaggio ed il pensiero, essendo gli unici certi di tornare se l’evento sarà stato degno di nota. La cosa importante poi è quella di uscire dal trittico genitori-parenti-amici: può sempre servire, ma non garantisce l’introito adatto a evolvere la propria creatura, al massimo la fa sopravvivere.

Booking.
Nota dolente. Quasi tutte le promotion italiane prendono a modello la WWE o la WCW dei “grandi racconti” e dell’overbooking esagerato. In questo modo quello che esce sono eventi scritti come fossero temi di prima elementare, con una gestione netta dei personaggi per cui i buoni sono molto buoni come l’Hogan degli anni 80, vincono sempre e dopo aver subito per tutto l’incontro; i cattivi sono ansimanti e urlanti come gatti in calore, vincono solo con i colpi bassi e mantengono le cinture solo per squalifica. Inoltre i presidenti delle promotion si danno tutti i titoli possibili (pure troppi) e si bookano come supereroi da fumetto. Questo ovviamente va ad inficiare sul commento ai match e agli eventi, e sulla qualità di determinati atleti, spesso bravi ma poco sorretti da una storia scritta male.

Insomma: per fare wrestling ci vogliono soldi, cultura, voglia di mettersi in gioco e seria volontà di fare. Purtroppo non molti vogliono perseguire questa strada e di fatto si autoescludono dal carrozzone vincente che trascina l’Europa. Però siamo ancora in tempo per cambiare, migliorare, vincere. Tutti assieme,compatti. Senza paletti e senza necessità di competizione a tutti i costi: la vera competizione la si forma dando ai propri atleti l’occasione di cimentarsi in più realtà e tornare più forti di prima. E, soprattutto, tagliando i ponti con un passato ridicolo e inadatto che ritorna ogni tanto nelle storie odierne.

Care promotion italiane, tifo per voi. Volgete la vostra storia ed ergetevi sul solco europeo. Potete farlo.

Corey
Dal 2006 redattore di Zona Wrestling e autore di rubriche come il Pick The Speak, Wrestling Superstars, The Corey Side, Giro d'Italia tra le fed italiane, Uno sguardo in Italia, Coppa dei Campioni, Indy City Beatdown e tante altre. Studioso del wrestling in tutte le sue sfaccettature, col tempo ha voluto perdere la definizione di "Marco Travaglio del wrestling web".