La WWE è il pane quotidiano del wrestling mondiale. Il business è loro, lo decidono loro, lo indirizzano loro, lo gestiscono loro. Le scelte fatte negli ultimi vent’anni hanno azzerato completamente ogni possibile alternativa e fondato un impero di cui abbiamo riassunto le cifre giusto una settimana fa.

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Non che le alternative non vi siano state e non esistano. Il business, che è il motore di tutto, è chiaramente diverso. Economicamente non vi è uguaglianza tra uno show della WWE e uno della Beyond, o della AIW, o della EVOLVE (ormai diventata una succursale della federazione di Stamford). Le cifre sono assolute e le sopracitate devono fare un bel lavoro per fidelizzare e tenere al proprio fianco una nicchia comunque affettuosa e ben presente. La WWE invece oscilla, cambia numero, a seconda di quel che propone. Oggi siamo ad una nuova era economica dopo anni di stagnazione, show penosi e attivi economici che a malapena pareggiavano le uscite. Ci è voluta la perseveranza e l’ostinazione paziente di Triple H per far capire al vecchio che di fronte alla crisi sarebbe occorso un investimento, un rilancio verso le nuove frontiere del wrestling. Se non vuoi che nascano altri mercati, devi castrarli nella culla: così vengono sottratti i migliori atleti alla ROH, alla EVOLVE, alla NJPW, all’Inghilterra. Così le oscillazioni sono minori ma puntano tutte verso l’alto. Il pubblico è felice, i match sono migliori del passato e i nuovi ragazzi sono tenuti a spingere sull’acceleratore per non scendere dal disco volante.

Sul ring cosa è cambiato? Lo scambio, a ben vedere, è stato traumatico in un primo tempo. Nel giro di pochi mesi Triple H ha sottratto alla indy i migliori main eventer del circuito: AJ Styles, Prince Devitt (ora Balor), Samoa Joe, Shinsuke Nakamura, Pac (ora Neville), El Generico (ora Sami Zayn), Kevin Steen (ora Kevin Owens), Brodie Lee (oggi Luke Harper), Claudio Castagnoli (oggi Cesaro), Karl Anderson, Jon Moxley (oggi Dean Ambrose), Tyler Black (oggi Seth Rollins), Uhaa Nation (oggi Apollo Crews), Samuray del Sol (oggi Kalisto), Austin Aries, Kenta (oggi Hideo Itami), Johnny Gargano, Tommaso Ciampa, Biff Busick (oggi Oney Lorcan), Roderick Strong, Chris Hero (oggi Kassius Ohno). Senza contare Bobby Roode e Eric Young, oppure gli inglesi, qui trovate la lista dei sogni. Trovate il meglio del meglio degli ultim dieci anni di wrestling indy in un solo progetto, con percorsi diversi ma ugualmente importanti. Sono passati da essere A+ ad essere A++, il massimo. E quel massimo lo garantisce il ritorno televisivo, la marea di persone che popolano show e ppv e house show, le interviste e le vittorie, l’esposizione mediatica – aumentata dieci volte di più rispetto al passato.

Le indy hanno annaspato, come un serpente a cui tagliano più volte la coda. Ma questa ricresce, sempre e comunque. E se un tempo ricresceva puntando soprattutto sul vivaio, oggi quello stesso vivaio è impreziosito dai fuoriusciti dalla WWE – di solito visti con sospetto. Curt Hawkins ad esempio ha avuto un solido stint nelle maggiori indy americane col suo nome reale, Brian Myers, vincendo titoli e rendendosi disponibile ad essere funzionale a qualunque promotion lo chiamasse. Justin Gabriel ha potuto togliersi diversi sfizi col nome di PJ Black, grazie soprattutto alla Lucha Underground. Drew Galloway (ex Drew McIntyre) ha addirittura fatto meglio diventando un reale e splendido main eventer, un fenomeno imprescindibile capace di imporsi pur senza l’esposizione mediatica dei suoi ex datori di lavoro. Cody Rhodes ha dimostrato di esser stato un talento sprecatissimo in una gimmick inutile, esposta a programmi dalla dubbia riuscita con gli Ascension o il fratello Goldust. Un peccato di presunzione, un errore evitabile da parte della WWE che, di solito, coi figli di è sempre stata capace di tirare fuori qualcosa di interessante. E allora Cody ha trovato altrove gli stimoli per andare avanti, le aree dove trovare elogi e rispetto. Tra TNA, New Japan e tanti progetti indy ha saputo togliersi le soddisfazioni che la federazione di Stamford non gli avrebbe mai dato. Questi due ultimi casi non dimostrano che la WWE dia alle indy dei grossi nomi su cui puntare, ma dei grossi nomi su cui lavorarci sopra e tirar fuori quello che loro non sono stati capaci di ottenere. Dunque c’è vita oltre Stamford, c’è vita che pulsa e che i McMahon non sapranno mai cancellare.

Corey
Dal 2007 redattore di Zona Wrestling e autore di rubriche come il Pick The Speak, Wrestling Superstars, The Corey Side, Giro d'Italia tra le fed italiane, Uno sguardo in Italia e Coppa dei Campioni. Attualmente coordinatore ad interim del sito.
  • Fringe

    Se al titolo avessi aggiunto un punto di domanda ti avrei risposto “basta guardare Fastlane 2017”

  • Punto di vista molto interessante in effetti.
    Sicuramente da questa visibilità, se da un lato hanno perso gli atleti di punta, le Indies hanno guadagnato una visibilità mondiale che forse prima non avevano, oltre che l’attenzione di un pubblico occasionale che prima probabilmente nemmeno sapeva esistesse un wrestling oltre alla WWE o alla TNA

  • Daniele Paolati

    il vantaggio principale nel guardare le indy, è che non c’è reings

    • DeanAyane

      E nemmeno Reigns! 🙂

  • GDP

    Sono perfettamente d’accordo! Il top è aj style che in un anno scarso è uno dei cardini della
    Wwe e sinonimo di grandissimi match!